sabato 22 febbraio 2014


 

 
 
 
 
I gemelli

di Elena G. Santoro


- Perché te ne stai lì imbambolato? Muoviti, dai! – mi urla Luca, e io penso che


stavolta abbiamo fatto un vero casino.

Siamo proprio nei guai fino al collo.

- Su, avanti, dobbiamo andarcene di qua. Scappiamo prima che ci becchino!

Scappiamo, certo. È quello che stiamo facendo. Abbiamo appena incendiato la

biblioteca della scuola, nel locale le fiamme si stanno sprigionando, forse è meglio

darsi una mossa. Luca mi prende per un braccio:

- Dai, Ste’. Se ci beccano siamo nella merda! – mi incita Luca.

Devo solo scavalcare il muro di cinta da cui siamo entrati. Questa bravata ce la siamo

preparata bene da quando Ale ha scoperto che si poteva entrare nel cortile da un

punto in cui la recinzione era stata lesionata, e dopo che Ruggero, detto Ruggito, è

riuscito a rubare le chiavi ad Augusto, il bidello disabile che sta in portineria. A quel

punto l’idea a Luca è venuta da sé. E naturalmente io mi sono fatto coinvolgere,

perché non ho mai saputo dire di no a Luca, da quando siamo nati. Luca è il mio

fratello gemello. Siamo identici, due gocce d’acqua. Stessi capelli biondi, stessi occhi

azzurri. Stessa età, sedici anni, anche se lui è nato quattro minuti prima di me. La

gente ci confonde sempre, anche le ragazze. Così non posso affermare con sicurezza

che la tipa con cui sono uscito l’anno scorso per un mese volesse proprio me, oppure

Luca, che obiettivamente è sempre stato più spigliato e più estroverso. Il dubbio mi è

venuto quella volta che ci stavamo baciando e lei mi ha sussurrato:

- Luca, cioè, volevo dire, Stefano…

Così ci siamo lasciati. Non posso certo dire che la mia vita sentimentale sia stata molto

ricca, finora. A parte quell’altra parentesi, quando sono uscito con Marina, la nostra

compagna di classe con i capelli rossicci e gli occhiali. Quella muore dietro a Luca

dalla prima, e ora siamo alla fine della seconda. Ma Luca la sfotte sempre. La prende

in giro perché è una secchiona. Così una volta le ha dato appuntamento e poi ha

mandato me al suo posto. Voleva sapere che effetto faceva, ma senza starci per

davvero. E poi voleva riderci sopra insieme agli altri: Ale e Ruggito, che pendono dalle

sue labbra ogni volta che fa una battuta. Solo che Marina se n’è accorta. Come mi ha

visto arrivare da lontano, mi ha detto:

- Stefano, perché sei venuto tu, anziché tuo fratello?

Allora ho dovuto spiegarle che lui non poteva. Non me la sono sentita di fingere. Non

si meritava una tale bastardata. E tanto, comunque, mi aveva scoperto. Forse lei è

l’unica che ci riconosce. Non so da cosa l’abbia capito che ero io e non lui. Mi ero

fatto persino la riga dei capelli dalla sua parte. Il look poi è lo stesso. Stessi abiti, stesso

stile. Luca, quando gli ho detto di come era andata con Marina, non era contento. Ma

non si è neppure arrabbiato. Sa che gli voglio bene, che gli sono molto legato. Siamo

in classe insieme dai tempi dell’asilo. La mamma non ci ha mai voluto separare, anche

se le hanno detto che “didatticamente non era corretto”. Per questo sono vicino a

Luca, e in genere lo seguo in tutte le sue imprese. Lui è sempre stato pieno di buone

idee, molto fantasiose.

Solo che questa volta abbiamo esagerato. Nonostante tutte le nostre precauzioni, ci

hanno sgamato subito. Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso tutte le nostre

gesta, dalla prima all’ultima. Così ora noi quattro gloriosi eroi ce ne stiamo tutti in

presidenza, al cospetto del dirigente scolastico e dei nostri genitori. Papà è scuro in

volto. Per evitare una denuncia, le alternative sono due: pagamento di tutti i danni, ore

di lavoro al servizio della scuola e sospensione per una settimana. Oppure pagamento

dei danni e ritiro immediato dal liceo.

Quando usciamo, i nostri compagni sono nei corridoi e ci osservano increduli. C’è

anche Marina che mi lancia uno sguardo deluso, e lo lancia a me, non a Luca, ed io

vorrei sprofondare.

A cena Luca piagnucola:

- Papà, ritiraci! Se dobbiamo metterci a lavorare perdiamo l’anno. Tanto i nostri

voti sono così bassi, in ogni caso non recupereremmo più.

Quando deve intortarsi papà, Luca è tutto fuorché sborone: è un gran ruffiano.

Nostro padre non è fiero di noi in questo momento, e sicuramente ci castigherà, ma

sa anche lui che una bocciatura è peggio che un ritiro, sul curriculum. E sa pure che i

nostri voti non sono affatto buoni. Alla fine del primo quadrimestre avevamo

entrambi quattro materie sotto. Quindi papà accontenterà Luca.

Se non che, io non sono d’accordo. Poso la forchetta e dico:

- Luca, ritirati pure tu, se vuoi. Io accetto la sospensione e le ore di lavoro extra.

Voglio mettermi sotto e studiare, voglio essere promosso.

Luca mi lancia un’occhiata feroce, un misto di disapprovazione completa e curiosità.

La mia uscita non era proprio prevista.

- Cazzo dici, Ste’?

Papà mi osserva con interesse:

- Sei davvero sicuro, Stefano?

Io penso che voglio bene a Luca. Lo ammiro molto, per certi versi. Ma io non avrei

mai incendiato la scuola, di mia iniziativa. E forse la mia vita sarebbe diversa se mi

assumessi le mie responsabilità, qualche volta. Se devo pagare, voglio che sia per le

cavolate che faccio di mia volontà, non per le sue.

- Sì, - confermo.

E adesso, dopo tre mesi bestiali, in cui ho studiato come un dannato per recuperare le

insufficienze e prestato servizio tre pomeriggi alla settimana come aiuto del bidello

disabile Augusto, sto aspettando che i cancelli del liceo aprano per vedere i voti

esposti.

Marina è qui e mi tiene la mano. È la mia ragazza adesso, e so che mi apprezza per

come sono. Luca, dopo il ritiro, è stato spedito a lavare auto dal benzinaio vicino a

casa, e ora medita di riscriversi in seconda a settembre.

- Comunque vada, sono fiera di te! – mi dice Marina, stampandomi un bacio

sulla guancia.

E io sono fiero di lei per tutte le sere che mi ha dedicato aiutandomi a studiare e a

recuperare un voto dopo l’altro.

Si spalancano i cancelli. Non ho il coraggio di guardare. Matematica era ancora incerta.

Apro gli occhi e ho un tuffo al cuore: Promosso!

© Copyright Elena G. Santoro febbraio 2014

Costosa bellezza


Ieri, a due giorni dalla chiusura, mi sono finalmente tolta lo sfizio e il gusto di visitare la mostra su Renoir alla GAM di Torino. Sarà che mi piace Renoir, sarà che lo ritengo una figura positiva nel panorama della pittura, uno di quelli che hanno passato l’esistenza a ritrarre facce sorridenti, fiori colorati e paesaggi rilassanti anziché urli angoscianti e volti verdi di rabbia, ma aver vagato per due ore tra quelle quattro stanze zeppe dei suoi quadri mi ha ritemprato lo spirito. Aggiungo che vedere finalmente dal vivo delle opere che conoscevo sottoforma di stampe appese alle pareti di casa dei miei è stato emozionante. Scoprire che queste erano grandi dieci volte tanto le riproduzioni casalinghe e che io non ne avevo idea è stato stupefacente.

Trascorrere del tempo circondata da un concentrato di bellezza è piacevole e fa stare bene. Ci vuole la bellezza, per tirarci su il morale in questi tempi di crisi. Però, come mi fa acutamente notare mia zia, sintomo di questa povertà dilagante è proprio la privazione della bellezza, è il dover fare a meno principalmente della soddisfazione estetica.

Prova ne sia che il costo di questa mostra è stato a dir poco proibitivo. 13,50 euro il prezzo base del biglietto intero, per chi come me non è più studente e non ha ancora 65 anni. Avendo scelto poi di acquistare il biglietto online, a questo già significativo prezzo si sono aggiunte ulteriori tasse, compresa quella per poter stampare il biglietto stesso da casa. Insomma, alla fine ho speso 17,50 euro per una mostra intensa, interessante, acculturante, ma, diciamolo, visitabile in poco più di un’ora. E anche quelli che avevano l’abbonamento ai musei, e che quindi in teoria dovevano entrare gratis, mi spiegava una signora in bagno, hanno comunque dovuto spendere 5 o 6 euro a testa per le tasse del biglietto online.

Evidentemente se hanno fissato questi prezzi se lo potevano permettere. Sapevano che gli interessati che non si sarebbero fatti comunque pregare erano molti. Infatti, di avere acquistato online non sono pentita, perché quelli che non lo avevano fatto sono ancora lì a fare la coda adesso, mentre io sono passata subito. Per lo meno, alle ore 14. Quando sono uscita la coda dei senza biglietto arrivava fino a corso Vittorio, per chi è pratico di Torino, e anche il gruppo di chi aveva comprato online era abbastanza accalcato. Dunque l’afflusso è stato alto, e da un canto, menomale. La gente, nonostante la miseria, nonostante la non democratica diffusione della cultura, tenta ugualmente di sfruttare le sempre meno numerose opportunità culturali che vengono promosse a Torino di questi tempi grami. Qualche anno fa, tra Palazzo Bricherasio e Palazzo Cavour, le mostre d’arte erano una dietro l’altra. E avere l’abbonamento ai musei era conveniente, perché con cinque o sei mostre uno se l’era abbondantemente ripagato. Ora invece non ho trovato più titoli che mi sfiziassero, dunque, addio anche all’abbonamento.

Alla GAM, ieri, prima di far entrare nuovi visitatori, contavano quelli che uscivano.  Dovrei dire che mi sento in colpa (anche se questo dettaglio del conteggio l’ho scoperto solo dopo) perché prima di andarmene dalla mostra ho contemplato certi dipinti per mezze ore, ho lasciato che le mie opere preferite mi impressionassero la retina a fondo. Ma d’altronde, dovevo pure ottimizzare la cifra spesa…

© Copyright Elena G. Santoro Febbraio 2014

giovedì 20 febbraio 2014

Non posso vivere senza Facebook


Di ritorno dalla mia millesima trasferta di lavoro sono rientrata con l’influenza. Febbriciattola, un quintale di nausea, lo stomaco sottosopra, non vi dico il volo di ritorno. Era un mercoledì ed ero talmente sfatta e demotivata che mi sono detta: non ho voglia di fare niente, voglio solo starmene nel letto, per i fatti miei, a leggere e dormire. Non voglio nemmeno aprire Facebook fino a domenica!

E in effetti, il giorno dopo, il giovedì, così è stato. Ma al venerdì, che già stavo meglio, mi sono detta: magari una sbirciatina, poi torno fuori dal mondo. Ho aperto e trovato la richiesta di amicizia di un transessuale brasiliano, con tanto di mail che esordiva con: “Ciao Caro”. Ho immediatamente richiuso e mi sono rintanata nuovamente nel mio guscio casalingo, fiera della mia decisione.

Però, quando ho sbirciato nuovamente, in uno dei gruppi di cui faccio parte è comparsa la notizia della morte di una signora che conoscevo. Premetto che questo gruppo di Facebook è la ricomposizione “virtuale” di una comunità assolutamente reale, di cui facevo parte anni fa e che Facebook ha aiutato a ricostituire.

E che dire della giornalista che mi contattava per un’intervista sul mio nuovo libro?

E quindi mi sono arresa, e mi sono connessa di nuovo, perché in realtà non c’è separazione tra vita reale e vita virtuale, quando le persone con cui sei collegato su Facebook sono le stesse che ami, o le stesse con cui lavori. In fondo il motto di Facebook era: “ti aiuta a restare in contatto con le persone della tua vita”. Beh, direi che ha mantenuto la promessa.
 
Il che non significa non stare attenti alle truffe... :-)

© Copyright Elena G. Santoro Febbraio 2014

martedì 17 dicembre 2013

La Forza della Diversità - I Gemelli

http://www.edizionimontag.com/shop/scheda.asp?id=405
Edizioni Montag ha promosso un concorso che ha portato alla pubblicazione di una raccolta di racconti "La Forza della Diversità" volto esclusivamente a raccogliere fondi per la fibrosi cistica.
Di seguito il mio racconto. Se acquisterete il volume, troverete gli altri 50.
 
 
I gemelli

di Elena G. Santoro


- Perché te ne stai lì imbambolato? Muoviti, dai! – mi urla Luca, e io penso che

stavolta abbiamo fatto un vero casino.

Siamo proprio nei guai fino al collo.

- Su, avanti, dobbiamo andarcene di qua. Scappiamo prima che ci becchino!

Scappiamo, certo. È quello che stiamo facendo. Abbiamo appena incendiato la

biblioteca della scuola, nel locale le fiamme si stanno sprigionando, forse è meglio

darsi una mossa. Luca mi prende per un braccio:

- Dai, Ste’. Se ci beccano siamo nella merda! – mi incita Luca.

Devo solo scavalcare il muro di cinta da cui siamo entrati. Questa bravata ce la siamo

preparata bene da quando Ale ha scoperto che si poteva entrare nel cortile da un

punto in cui la recinzione era stata lesionata, e dopo che Ruggero, detto Ruggito, è

riuscito a rubare le chiavi ad Augusto, il bidello disabile che sta in portineria. A quel

punto l’idea a Luca è venuta da sé. E naturalmente io mi sono fatto coinvolgere,

perché non ho mai saputo dire di no a Luca, da quando siamo nati. Luca è il mio

fratello gemello. Siamo identici, due gocce d’acqua. Stessi capelli biondi, stessi occhi

azzurri. Stessa età, sedici anni, anche se lui è nato quattro minuti prima di me. La

gente ci confonde sempre, anche le ragazze. Così non posso affermare con sicurezza

che la tipa con cui sono uscito l’anno scorso per un mese volesse proprio me, oppure

Luca, che obiettivamente è sempre stato più spigliato e più estroverso. Il dubbio mi è

venuto quella volta che ci stavamo baciando e lei mi ha sussurrato:

- Luca, cioè, volevo dire, Stefano…

Così ci siamo lasciati. Non posso certo dire che la mia vita sentimentale sia stata molto

ricca, finora. A parte quell’altra parentesi, quando sono uscito con Marina, la nostra

compagna di classe con i capelli rossicci e gli occhiali. Quella muore dietro a Luca

dalla prima, e ora siamo alla fine della seconda. Ma Luca la sfotte sempre. La prende

in giro perché è una secchiona. Così una volta le ha dato appuntamento e poi ha

mandato me al suo posto. Voleva sapere che effetto faceva, ma senza starci per

davvero. E poi voleva riderci sopra insieme agli altri: Ale e Ruggito, che pendono dalle

sue labbra ogni volta che fa una battuta. Solo che Marina se n’è accorta. Come mi ha

visto arrivare da lontano, mi ha detto:

- Stefano, perché sei venuto tu, anziché tuo fratello?

Allora ho dovuto spiegarle che lui non poteva. Non me la sono sentita di fingere. Non

si meritava una tale bastardata. E tanto, comunque, mi aveva scoperto. Forse lei è

l’unica che ci riconosce. Non so da cosa l’abbia capito che ero io e non lui. Mi ero

fatto persino la riga dei capelli dalla sua parte. Il look poi è lo stesso. Stessi abiti, stesso

stile. Luca, quando gli ho detto di come era andata con Marina, non era contento. Ma

non si è neppure arrabbiato. Sa che gli voglio bene, che gli sono molto legato. Siamo

in classe insieme dai tempi dell’asilo. La mamma non ci ha mai voluto separare, anche

se le hanno detto che “didatticamente non era corretto”. Per questo sono vicino a

Luca, e in genere lo seguo in tutte le sue imprese. Lui è sempre stato pieno di buone

idee, molto fantasiose.

Solo che questa volta abbiamo esagerato. Nonostante tutte le nostre precauzioni, ci

hanno sgamato subito. Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso tutte le nostre

gesta, dalla prima all’ultima. Così ora noi quattro gloriosi eroi ce ne stiamo tutti in

presidenza, al cospetto del dirigente scolastico e dei nostri genitori. Papà è scuro in

volto. Per evitare una denuncia, le alternative sono due: pagamento di tutti i danni, ore

di lavoro al servizio della scuola e sospensione per una settimana. Oppure pagamento

dei danni e ritiro immediato dal liceo.

Quando usciamo, i nostri compagni sono nei corridoi e ci osservano increduli. C’è

anche Marina che mi lancia uno sguardo deluso, e lo lancia a me, non a Luca, ed io

vorrei sprofondare.

A cena Luca piagnucola:

- Papà, ritiraci! Se dobbiamo metterci a lavorare perdiamo l’anno. Tanto i nostri

voti sono così bassi, in ogni caso non recupereremmo più.

Quando deve intortarsi papà, Luca è tutto fuorché sborone: è un gran ruffiano.

Nostro padre non è fiero di noi in questo momento, e sicuramente ci castigherà, ma

sa anche lui che una bocciatura è peggio che un ritiro, sul curriculum. E sa pure che i

nostri voti non sono affatto buoni. Alla fine del primo quadrimestre avevamo

entrambi quattro materie sotto. Quindi papà accontenterà Luca.

Se non che, io non sono d’accordo. Poso la forchetta e dico:

- Luca, ritirati pure tu, se vuoi. Io accetto la sospensione e le ore di lavoro extra.

Voglio mettermi sotto e studiare, voglio essere promosso.

Luca mi lancia un’occhiata feroce, un misto di disapprovazione completa e curiosità.

La mia uscita non era proprio prevista.

- Cazzo dici, Ste’?

Papà mi osserva con interesse:

- Sei davvero sicuro, Stefano?

Io penso che voglio bene a Luca. Lo ammiro molto, per certi versi. Ma io non avrei

mai incendiato la scuola, di mia iniziativa. E forse la mia vita sarebbe diversa se mi

assumessi le mie responsabilità, qualche volta. Se devo pagare, voglio che sia per le

cavolate che faccio di mia volontà, non per le sue.

- Sì, - confermo.

E adesso, dopo tre mesi bestiali, in cui ho studiato come un dannato per recuperare le

insufficienze e prestato servizio tre pomeriggi alla settimana come aiuto del bidello

disabile Augusto, sto aspettando che i cancelli del liceo aprano per vedere i voti

esposti.

Marina è qui e mi tiene la mano. È la mia ragazza adesso, e so che mi apprezza per

come sono. Luca, dopo il ritiro, è stato spedito a lavare auto dal benzinaio vicino a

casa, e ora medita di riscriversi in seconda a settembre.

- Comunque vada, sono fiera di te! – mi dice Marina, stampandomi un bacio

sulla guancia.

E io sono fiero di lei per tutte le sere che mi ha dedicato aiutandomi a studiare e a

recuperare un voto dopo l’altro.

Si spalancano i cancelli. Non ho il coraggio di guardare. Matematica era ancora incerta.

Apro gli occhi e ho un tuffo al cuore: Promosso!

lunedì 14 ottobre 2013

Furto di un sapone: l'ingordigia non ha un profumo preferito.


Nella toilette femminile del mio ufficio, la più frequentata del comprensorio, accade che ogni tanto qualche anima pia porti da casa e metta a disposizione un flacone di sapone per le mani per il mero gusto di rinfrescarsi con qualcosa di più gratificante e meno aggressivo del prodotto che l’azienda fornisce di default nell’erogatore a muro.

Accade così che qualche giorno fa, dopo aver per settimane usufruito a man bassa dei saponi altrui dalle fragranze più disparate abbia deciso anche io di dare il mio contributo di soap-sharing. Pertanto, lo scorso 10 ottobre, giovedì, me ne sono arrivata con un flacone da un litro e dal prezzo particolarmente conveniente che trovo in una catena di prodotti per l’igiene personale che sta vicino a casa mia. Premetto anche che avevo scelto quel sapone liquido perché molto delicato e veramente gradevole nonostante il prezzo contenuto  a cui viene venduto.

Dunque giovedì scorso il mio flacone di cui andavo tanto fiera troneggiava sul lavandino. Venerdì pure. Oggi, lunedì 14 ottobre 2013, era già sparito.

Dissolto, dileguato, RUBATO.

E dire che il mio detergente non era di marca, non era un pezzo di pregio, ma un umile flacone da discount.

 

Chi sarà il ladro o più probabilmente la ladra? Non sono una profiler, e la scelta nell’identikit è ampia e spazia dall’impiegata media alla dirigente, dall’operaia alla donna delle pulizie e passa anche per l’addetta alla mensa. Insomma, chiunque potrebbe essersi intascata il mio sapone, e io non ho il potere di accusare nessuno nello specifico, ma quando costui, o meglio, costei, ricapiterà da quelle parti troverà il mio cartello appeso vicino allo specchio:

“Giovedì 10 ottobre ho portato un sapone mani e viso al profumo di talco e iris che nelle mie intenzioni doveva essere a disposizione di tutti e che oggi, lunedì 14, è già sparito, probabilmente nelle tasche di uno solo (o una sola). Al ladro/a volevo dire che costava solo 2,35 euro, quindi il danno non è economico, però, cavoli, l’ingordigia è brutta, eh? Comunque complimenti, ci lamentiamo dei politici, ma poi noi, nel nostro piccolo…”

Cartello che è stato approvato e accolto con soddisfazione anche da quel paio di anime candide che come me si sono viste sottrarre, in precedenza, il sapone che avevano portato loro, e che non porteranno mai più. Ma questo l’ho scoperto solo dopo.

Perché, diciamolo, l’ingordigia non ha colore, non ha classe sociale, non ha uno status: è trasversale. Non ha neppure un profumo preferito: l’ultimo sapone indebitamente sottratto prima del mio odorava di pesca.

È inutile lamentarsi perché la casta ruba (e ruba tanto, perché può rubare tanto), se poi noi, alla prima occasione, non ci pensiamo un secondo ad allungare le mani e ad appropriarci di qualcosa che, anche se è a nostra disposizione, non è nostro.

Il dubbio orrendo che mi viene è che la nostra classe politica ci rappresenti molto meglio di quello che noi sosteniamo.

 

venerdì 13 settembre 2013

The Italians are always late. - Gli italiani sono sempre in ritardo.



Here’s a new adventure in Bruxelles, where I had gone to participate to a meeting. Amongst the participants of that working group I’m the only Italian lady, the other ones are French, Belgian, English and, mainly, German.

When  the meeting ended, I asked:

-          Where and what time should we meet to go to the restaurant for the dinner?

A German guy replied:

-          At Grand Place at 7,30. But you can consider to come at 7,00 o’clock, because the Italians are always late.

Then he added:

-          I’m joking.

Yes, I’m sure, I thought. I was annoyed.

It was 5 o’clock. I run to the hotel, on the other side of the city, to take a shower and set down my luggage. I wasn’t late, I could have arrived in time without problems.

Once at the hotel, the receptionist gave me a key-card to open the door of my room. The hotel was huge, there were a lot of rooms and a lot of floors. I went up to my floor, I put the key-card in the electronic lock, I turned the handle, but nothing happened. I tried again, and again, but I couldn’t succeed in opening the door.

I came back to the reception, I complained about this malfunctioning. The receptionist replied to me:

-          You have to insert the key-card, to remove it, and then you can open the door.

-          It’s what I did.

-          Try again, and if it doesn’t work, call us by the phone set in the hallway at your floor.

-          Okay, - and I went up again.

I inserted the key-card, I removed it. The door was still closed. I repeated it the procedure. Nothing happened. I grabbed the handset, I called the reception. I explained. They seemed to have no idea of what I was saying. Finally they assure:

-          The technician is coming.

I’d been awaiting for five minutes, but no technicians appeared on my horizon.

I went down again.

-          Have you inserted the key-card and have you removed it before turning the handle?

-          YES.

-          Okay, I’ll give you another room.

-          That’s would be perfect.

The second door had no problem, I could enter into the room immediately. Then I watched my clock. I WAS LATE! I had lost more than 30 minutes going up and down from my room to the reception. If I had arrived late at the date with my colleagues, how to explain to that German guy that I was late but I wasn’t a guilty of mine? He would never have believed me!

I took  a 5 minutes shower. I run out in a couple of seconds. At 7,30 pm I was at the Grand Place, perfectly in time, and I wasn’t the last one.

The last participant was a Japanese coming from Japan, who had travelled for 21 hours to made a 5 minutes presentation during the meeting. He would have left the day after.

As he was our main guest, he chose the restaurant: the Thai one. Obviously, you come from Japan, you pass through all the world to test a Thai restaurant in Bruxelles. It’s normal.

But, nevertheless, I discovered that I shared many things with that Japanese guy. For example both for Japanese people than for the Italians learning English is a challenge. The pronunciation is difficult, the oral comprehension is impossible, there are too many different accents, there are different words with the same pronunciation, and same letters to be pronounced in different ways. A nightmare, both for the  Japanese than for us.

I talked to the Japanese for a while, I would never had imagined that the Japanese have so many things in common with the Italians. When they are abroad, they don’t like to try the local cooking, but they prefer their own food.

And, who knows, they are always late, maybe.

***

Nuova avventura a Bruxelles, dove ero andata per partecipare ad un meeting. Tra i partecipanti a quel gruppo di lavoro io sono l’unica italiana, gli altri sono francesi, belgi, inglesi e, soprattutto, tedeschi.

Alla fine del meeting ho chiesto:

-          Dove e a che ora ci dobbiamo trovare per la cena al ristorante di questa sera?

 Un tedesco mi ha risposto:

-          Alla Grand Place alle 7,30. Ma tu puoi venire alle 7,00 in punto, perché tanto gli italiani sono sempre in ritardo.

Poi ha aggiunto:

-          Sto scherzando.

Sicuramente, ho pensato. Ero infastidita.

Erano le  5 in punto.  Sono corsa all’hotel, dall’altro lato della città, per fare una doccia e mollare i bagagli. Non ero in ritardo, potevo arrivare alla cena senza problemi.

Una volta all’hotel, la receptionist mi ha consegnato una key-card per aprire la porta della mia stanza. L’hotel era enorme, c’erano un sacco di camera e di piani. Sono salita al mio piano, ho messo la mia key-card nella serratura elettronica, ho girato la maniglia, ma non è successo niente. Ho provato di nuovo, ma non sono riuscita ad aprire la porta.

Sono tornata alla reception, mi sono lamentata del malfunzionamento. La receptionist mi ha risposto:

-          Devi inserire la key-card,  toglierla, e quindi puoi aprire la porta.

-          È ciò che ho fatto.

-          Prova di nuovo, se non funziona chiamaci col telefono che sta nel corridoio del tuo piano.

-          Okay, - e sono salita di nuovo.

Ho inserito la key-card, l’ho tolta. La porta era ancora chiusa. Ho ripetuto la procedura. Non è accaduto niente. Ho afferrato la cornetta del telefono, ho chiamato la reception. Ho spiegato. Sembravano non avere idea di ciò che stessi dicendo. Alla fine hanno assicurato:

-          Il tecnico sta arrivando.

Sono stata ad aspettare per cinque minuti buoni, ma nessun tecnico è apparso al mio orizzonte.

Sono scesa di nuovo.

-          Hai inserito la carta e l’hai rimossa prima di girare la maniglia?

-          Sì.

-          Okay, ti do un’altra stanza.

-          Sarebbe perfetto.

La seconda porta non aveva problemi, sono potuta entrare nella nuova stanza immediatamente. A quell punto ho guardato l’orologio. ERO IN RITARDO!  Avevo perso più di 30 minuti andando su e giù dalla mia stanza alla reception. Se fossi arrivata tardi all’appuntamento con i miei colleghi, come avrei potuto spiegare a quel tedesco che ero sì in ritardo, ma non era colpa mia? Non mi avrebbe mai creduto!

Ci ho messo 5 minuti per la doccia. In due secondi ero fuori. Alle 7,30 stavo alla Grand Place, perfettamente in temo, e non ero nemmeno l’ultima.

L’ultimo ad arrivare fu un giapponese che arrivava dal Giappone e aveva viaggiato per 21 ore per fare una presentazione di 5 minuti durante il meeting. Sarebbe ripartito il giorno dopo.

Siccome era lui l’ospite d’onore, gli abbiamo fatto scegliere il ristorante: ha scelto quello tailandese. Ovviamente, se vieni dal Giappone, attraversi il mondo per provare un ristorante tailandese a Bruxelles. È normale.

Ma, tuttavia, ho scoperto di condividere molte cose con il tizio giapponese. Per esempio sia per i giapponesi che per gli italiani imparare l’inglese è una sfida. (Per loro è ancora peggio). La pronuncia è difficile, la comprensione verbale impossibile, ci sono troppi accenti, ci sono parole diverse con la stessa pronuncia e lettere uguali che si pronunciano in modo diverso. Un incubo, sia per loro che per noi.

Ho parlato col giapponese per un po’, non avrei mai immaginato che i giapponesi avessero tante cose in comune con gli italiani. Quando sono all’estero, non cercano di provare la cucina locale, preferiscono il loro cibo.

E, chissà, sono sempre in ritardo, magari.

lunedì 26 agosto 2013

Conversation amongst gentlemen - Conversazione tra galantuomini


Ok, I’m neither candid nor prudish. I perfectly know that a conversation amongst men can be hard-core or have sexual contents. I can imagine that men discuss about “how many times a month” or “a week” and so on. I suppose also their appreciations when they see a beautiful lady. I visualize also certain kinds of competition when they are in a dressing room. But…

There were 4 gentlemen seated around a table and they were debating about the following issue (and there was an abundance of details on this topic): which is the best between a woolly female main sex organ and a shaved one? They also discussed about the smell released by the above mentioned organ, and in the end of the conversation, they hadn’t returned a verdict yet.

The gentlemen were 4 workmen, they were eating their lunch in the canteen, and I was eating too, seated 50 cm far from them, at the adjacent table, and I felt sick.

I’m still wondering how I could keep from breaking my tray on their heads.

But this is not the only example. On Facebook, let me say, when the singers Paola and Chiara stated that they were disappointed and they were evaluating the possibility to stop their profession, a high number of men commented: “Well, they should make a porn film”.

What a shame. First of all, I’m not a Paola and Chiara fan, but I’m not happy when anyone thinks that his/her dreams aren’t worth it. Their retirement is a defeat and I can’t be cheerful when someone else gives up something he/she liked.

But, however: why is there the common opinion that a beautiful lady is, obviously, a whore? Is it normal that the only alternative, for a pretty woman, is the prostitution?

The world has plenty of gentlemen.

                                                                         *******

Okay, non sono così ingenua e nemmeno puritana. So perfettamente che una conversazione tra uomini può essere pornografica o avere contenuti sessuali. Posso immaginare uomini che discutano di “quante volte al mese” o “alla settimana” e via dicendo. Immagino anche i loro apprezzamenti quando vedono una bella donna. Mi figuro pure un certo tipo di competizioni quando stanno in uno spogliatoio. Però…

C’erano 4 galantuomini seduti intorno a un tavolo e stavano dibattendo, con dovizia di dettegli, circa la seguente questione: il principale organo sessuale femminile è preferibile coperto di peli oppure rasato? Essi discutevano anche dell’odore emanato dal sopracitato organo, e alla fine della conversazione non avevano raggiunto un accordo.

I galantuomini erano 4 operai, stavano consumando il loro pranzo nella mensa aziendale. Io stavo pure mangiando, seduta a 50 cm da loro, nel tavolo adiacente, e avevo solo voglia di vomitare.

Ancora non so come sono riuscita a trattenermi dal fracassare il mio vassoio sulle loro teste.

Ma non è l’unico esempio. Su Facebook, tanto per dire, quando le due cantanti Paola e Chiara hanno annunciato il loro sconforto e di valutare la possibilità di interrompere la loro carriera, un alto numero di uomini ha commentato: “Bene, dovrebbero girare un film porno”.

Che vergogna. Prima di tutto, non sono una fan accanita di Paola e Chiara, ma non sono felice quando chiunque arriva a pensare che il suo sogno non valga più la pena. Il loro ritiro suona come una sconfitta ed io non mi rallegro quando qualcuno rinuncia a fare qualcosa che ama.

Ma, comunque, perché è opinione comune che una bella donna sia necessariamente una puttana? È normale che l’unica alternativa, per una donna piacente, sia la prostituzione?

Il mondo è pieno di galantuomini.

Un errore di gioventù

Un errore di gioventù
Futura è incinta per la seconda volta e a Patrick sembra che il loro mondo sia perfetto, ma una notizia dal passato potrebbe scombinare tutto. Patrick infatti viene contattato da una sua ex, Arlene, che gli confessa di avere una figlia quasi adolescente, che potrebbe essere sua. Lui però non ha il coraggio di rivelarlo alla moglie.

L'occasione di una vita

L'occasione di una vita
Tre donne, tre occasioni per cambiare la propria vita. A Londra Futura rimane inaspettatamente incinta, ma Patrick inizialmente non è disposto ad accettare l'idea di diventare padre. Tra i due conviventi scende a lungo il gelo, finché il ragazzo, intenerito dall'ecografia del piccolo, decide di rivedere le proprie posizioni. Non fa in tempo però a manifestare le sue intenzioni che Futura perde il bambino e in conseguenza di ciò decide di allontanarsi, non essendosi sentita sufficientemente amata e capita durante la pur breve gestazione. A Torino Massimo e Ljuda, sposati e con due bambini, si dividono tra lavori part-time e la gestione della Casa di Accoglienza, struttura che si occupa di ospitare donne vittime di violenza che tentano di rimettere insiemi i cocci della loro vita. Ljuda però non è felice, le pesa la perenne carenza di soldi e decide, senza il benestare del marito, di partecipare al Reality più famoso d'Italia, dove è stata scritturata come concorrente, per dare una svolta alla sua esistenza.

Perché ne sono innamorata

Perché ne sono innamorata
Quanti modi ci sono per innamorarsi? E quanti per esprimere l’amore? Come inizia una storia duratura? La sognatrice Manuela, l’introversa e concreta Futura, la tenace Ljuda e la rassegnata Martina sono alle prese, rispettivamente, ma non sempre biunivocamente, con un promesso sposo altrui e inaffidabile, un ragazzo affascinante ma affetto da una patologia genetica, un seminarista e un fidanzato arrogante e violento. Impareranno, a loro spese, a discernere le relazioni sane da quelle malate.

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Sono nata a Torino nel 1975 dove ancora risiedo e lavoro. Ho pubblicato qualche romanzo e ogni tanto condivido sul blog i miei pensieri.