giovedì 28 maggio 2015

Paula and me


Di notizie di m. ce ne sono tutti i giorni e la morte di Paula Cooper non è certo un evento che può interessare tutti, ma chi mi conosce sa che questo fatto mi sconvolge e mi tocca intimamente.

Ho seguito la  vicenda di Paula Cooper dall’inizio, ed io allora ero una ragazzina. Per lei si era mobilitato l’intero globo, dai gruppi religiosi a quelle laici, dal Papa a tutte le associazioni possibili contro la pena di morte e alla fine ce l’avevano fatta: Paula era stata condannata a sessant’anni di reclusione e poi, due anni fa, era stata rimessa in libertà per buona condotta.

Ma facciamo un passo indietro: quando Paula Cooper era stata messa in galera, io ero una bambina. Non sapevo neppure che la pena di morte nel mondo esistesse e nella mia santa ingenuità ero sicura che alla fine il giudice distratto che aveva condannato quell’adolescente a una fine tanto ingiusta si sarebbe deciso, alzandosi finalmente con il piede giusto, ad annullare la sentenza di morte.

Ignoravo, all’epoca, il lavoro non indifferente che invece aveva dovuto fare chi si era opposto in ogni modo a tale barbarie. Eppure quelle anime ispirate erano riuscite nel loro intento e nel frattempo io avevo capito: l’annullamento di una condanna a morte negli Stati Uniti non era la prassi, anzi, era l’eccezione. A cavallo tra il ventesimo e il ventunesimo secolo c’era ancora chi andava a morire per mano del boia in un paese teoricamente civilizzato. Mi era sembrato tutto talmente assurdo e inconcepibile da farmi scegliere di fare qualcosa. Era stato allora che avevo già deciso di ribellarmi personalmente a quel tipo di abominio e se successivamente, nel 2002, a ventisette anni, ho iniziato la corrispondenza con Martin Eddie Grossman è stato a causa di Paula Cooper. Quando ho preso su di me un pezzo di quella croce e ne ho fatta una causa mia, è stato in nome di Paula Cooper. E quando nel 2010 ho pianto tutte le lacrime che potevo piangere per la morte di Eddie per iniezione letale, ho ricordato che tutto era iniziato per la vicenda di Paula Cooper. Se ci ho scritto sopra addirittura un romanzo è perché speravo che al mondo ci fossero più Paule e meno Eddie.

Due anni fa Paula era stata liberata e io ero felice. Avevo ascoltato una sua intervista e mi si era allargato il cuore. Lei era per me l’esempio inconfutabile di un recupero pienamente avvenuto, l’emblema di una donna che, ricevuta una seconda possibilità, aveva cambiato la sua vita e ne aveva fatto un piccolo capolavoro, in smacco a quelli che credono che un assassino sia necessariamente un mostro e che negano la possibilità di riscatto a chi sbaglia.

Oggi scopro che Paula è morta. Suicida, pare, ed io sono distrutta. Non sono solo triste, sono anche arrabbiata, soprattutto se l’ipotesi di suicidio sarà confermata. Perché l’hai fatto, Paula? Proprio tu che hai lottato così a lungo per poter vivere? Perché hai tradito te stessa (e un po’ anche me)? È un gesto che fatico a comprendere in quanto compiuto da una donna che è sfuggita a una sorte tanto drammatica. Ha forse ragione Gramellini quando ipotizza che in fondo non ti sei mai perdonata? Oppure, semplicemente, quando tu sei trovata a vivere la vita vera, quella che hai sempre sognato, non sei riuscita a reggere e ti sei sentita talmente sola da non farcela? Pensavo a Primo Levi, sopravvissuto al campo di concentramento e morto anni dopo per sua stessa mano. Quando qualcuno ti ruba la vita, la morte ti resta dentro e non ti lascia libero, anche se la prigionia fisica è finalmente cessata, anche se gli aguzzini ormai se ne sono andati. Resta la mia amarezza, Paula. Spero che tu abbia trovato la pace che non ti è stata concessa finora. RIP.

Copyright Elena Genero Santoro Maggio 2105

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