venerdì 6 marzo 2015

Una modella "desigual"


Non so quanti di voi hanno notato la modella testimonial del marchio Desigual. Io ci ho fatto caso sfogliando una brochure con la collezione primavera estate 2015. La stessa modella, però, ho controllato, era già stata ingaggiata per lo meno per la stagione precedente. Comunque, la particolarità di questa ragazza, Chantelle Harlow, in arte Winnie Harlow, è che sulla sua pelle mora ci sono delle vistose ed estese macchie bianche: si tratta di  vitiligine, una malattia che porta alla depigmentazione dell’epidermide sulle gambe, sulle braccia e in viso, in particolare intorno alla bocca.  Pare che Desigual abbia optato per una tale scelta in quanto la sua politica aziendale è quella di dare spazio a tutto ciò che è “diverso” (si chiamano Desigual non a caso). Quindi anche una ragazza maculata, che da bambina soffriva dei più penosi complessi (la chiamavano mucca oppure zebra), può avere la sua parte di successo e anzi, non solo, può trasformare ciò che a prima vista appare un difetto in un pregio, può gloriarsi della sua unicità. Lo sforzo di Desigual è in questo senso encomiabile, evviva l’originalità, evviva anche l’esaltazione di una bellezza non stereotipata, non perfetta, non standard. Questo ci rende Desigual un’azienda indubbiamente più simpatica, e pensare che già prima mi piacevano un sacco i loro prodotti, le esplosioni di colore sui loro tessuti, l’accostamento mai pacchiano di tinte sempre accese, vivaci e allegre. Ogni borsetta è un’opera d’arte. Il problema, ma io non sono un’esperta di marketing, è che quando uno sul catalogo nota la modella non guarda più i vestiti. Però sono convinta che Desigual, da tale punto di vista commerciale, sappia quel che fa.
L’unico appunto che sento di muovere al marchio spagnolo è questo: Winnie Harlow ha in effetti un problema epidermico, ma a ben guardare rimane sempre una stanga alta due metri e magra come un chiodo. Quando Desigual, per esaltare la diversità, assolderà anche modelle sovrappeso, alte un metro e un tappo e con la cellulite, allora avremo davvero raggiunto l’obiettivo.

Copyright Elena Genero Santoro Marzo 2015

lunedì 8 dicembre 2014

La rondine e il suo cielo. Pino Mango, in memoriam


Chi mi conosce sa che una dozzina di anni fa ho avuto un periodo difficile ma che non ho mai smesso un solo giorno di cantare. Mi ero fatta regalare a Natale il karaoke Canta tu, me l’aveva regalato, paradossalmente, proprio la persona che mi stava mettendo in croce. Era liberatorio dar fiato alla mia depressione e una delle canzoni che mi venivano direi benino era “La rondine” di Mango. Rappresentava perfettamente il mio stato d’animo e forse era quella la ragione per cui la interpretavo meglio di altre. (“Nonostante tu sia la mia rondine andata via, stessa luna a metà, sei nel cielo sbagliato”).

Poi la vita è andata avanti e il karaoke – quel bel giocattolone dalla tecnologia mediocre che non valeva i soldi che era costato – di lì a breve era finito in cantina insieme ai brutti ricordi e a tutto ciò che potevo associare a quel periodo nero.

Finché ieri sera, insieme agli addobbi di Natale, non mi è venuto in mente di riportare il karaoke in superficie, strappandolo all’oscurità della cantina e del mio subconscio. Sono andata a riprenderlo non per me, ma pensando che i miei figli si sarebbero divertiti. Dopo tanto tempo, pregustando la gioia dei miei bimbi, non mi faceva più male ritrovarlo, né averci a che fare. Non mi faceva più male riascoltare quelle canzoni. Le mie domande: Funzionerà ancora? E: Piacerà ai bambini? Hanno trovato entrambe risposta affermativa.

Stamattina, cioè poche ore dopo aver fatto pace con i miei ricordi, ho appreso del decesso improvviso di Mango, che con le sue note mi aveva inconsapevolmente accompagnato in quei mesi orrendi, dando loro un senso. Dire che mi è dispiaciuto non rende l’idea. Ma ora sono pronta per dedicargli “La rondine”, che lo accompagni nel suo viaggio.

Ciao Pino, che tu possa trovare la pace nel cielo giusto.
 
Copyright Dicembre 2014, Elena Genero Santoro

sabato 8 novembre 2014

Recensione: Le inAmabili di Sheyla Bobba

Titolo: Le inAmabili
Autrice: Sheyla Bobba
Edizioni Il Ciliegio, 2012

Questo libro (bello, crudo, consigliatissimo) è una raccolta di racconti solo in apparenza. In realtà è un romanzo composto da più frammenti che pungono e fanno male come scheggie di vetro. E' la voce di più donne, donne diverse, ma ugualmente complesse che raccontano in prima persona esperienze dolorose, talvolta squallide, ma tutte crudelmente realistiche. Queste donne talvolta hanno subito una decisione altrui, talvolta invece hanno imposto la loro volontà e hanno compiuto una scelta difficile che le ha condotte alla libertà di cui non potevano fare a meno ("le donne di carattere non hanno un buon carattere", si dice). In quasi tutti i casi il prezzo è la perdita dell'amore, della condivisione della propria vita con qualcuno.
In queste pagine Sheyla Bobba ci conduce con mano sicura attraverso la complessità della psiche e della sfera intima femminile, che talvolta appare un limite tanto invalidante da condurre alla solitudine. Molte donne potranno riconoscersi nella difficoltà che le sue protagoniste hanno nel trovare una controparte con cui dialogare, nel rendersi desiderabili. Perché l'intelligenza, l'autodeterminazione, la consapevolezza di sé possono rendere una donna inAmabile.


Copyright Elena G. Santoro Novembre 2014

venerdì 17 ottobre 2014

I Patrick Sartori(s) e il quesito: può un malato cronico sposarsi ed essere felice?


Succede a volte che le persone abbiano un’affinità tra loro, ma anche, cosa più insolita a dirsi, che ce l’abbiano i libri.

Tutto è cominciato quando Argeta Brozi, l’instancabile editrice di Butterfly, casa da lei stessa fondata, per fare propaganda ad uno dei suoi libri ha postato su Facebook la seguente domanda:

Una persona mentalmente malata ha diritto (e possibilità) di trovare l’amore?

Il quesito su di me ha fatto centro, perché è un tema a cui sono sensibile e che ho trattato pure io, nel mio primo romanzo “Perché ne sono innamorata”.

E così ho acquistato il romanzo fulcro della  discussione sul post, scritto da un’autrice giovanissima (Valentina Bazzani), dal titolo “L’amore non si nega a nessuno”.

Il romanzo è molto breve, scritto bene e in modo scorrevole, si legge tutto d’un fiato in poche ore. Per me è stato una rivelazione, perché man mano che mi addentravo tra le pagine trovavo delle affinità con il mio romanzo. Il protagonista maschile, bello e affascinante, si chiama Patrick, come pure il mio protagonista, e ha un padre imprenditore parecchio ingombrante da cui cerca in vario modo di affrancarsi, fino a dover compiere scelte estreme.  E già queste erano somiglianze abbastanza simpatiche. Ma quando ho scoperto che i nostri Patrick avevano in comune pure il cognome (Sartori, il suo, Sartoris il mio), sono caduta letteralmente dalla sedia.

(Per i malpensanti: no, al plagio non penso nemmeno, se uno plagia non è così fesso da mantenere lo stesso identico nome, insomma). 

E queste sono le analogie. Poi cominciano le differenze, e anche queste sono sostanziali.

Nel caso del libro di Valentina Bazzani, il malato non è Patrick, ma Ellen, la ragazza di cui lui si innamora, che soffre della malattia bipolare.

Nel mio caso il malato "ufficiale" è proprio Patrick, il quale però, a differenza di Ellen, soffre di una malattia fisica, che per quanto invalidante, per quanto possa incidere sul suo umore, non lo conduce mai alla psicosi (al limite lo rende un po' ansioso e nevrotico).

Chi vuole indagare la malattia mentale, in “Perché ne sono innamorata” deve invece prestare attenzione al personaggio di Giulio, che è, come verrà appurato in capitoli successivi della saga, un borderline con un piede già avviato verso la psicopatia, cosa che lo conduce a diventare aggressivo e violento (il che lo fa rientrare ancora in una terza categoria, a parte).

E quindi qual è la morale? Un malato ha diritto a un matrimonio, a un compagno, alla felicità? Probabilmente dipende dal tipo di malattia e dalla sua gravità. Dipende anche se si cura. Generalizzare è impossibile e non ha alcun senso. Quindi non c'è una risposta, ma solo qualche spunto di riflessione, almeno per me che scrivo.

Le conclusioni a cui la Bazzani ed io giungiamo nei nostri romanzi alla fine sono opposte, o comunque non sovrapponibili. Lei nel suo libro, molto dolce e tenero, non esclude questa possibilità, nonostante la fatica e l’impegno che il partner “sano” è costretto a metterci. E se poi così non accade (ma magari accade!), ci si può sempre consolare pensando di aver letto una bella "fiaba", che se non altro ci ha fatto deliziosamente sognare, e lo ha fatto più che degnamente, per alcune ore. D'altronde lo stesso assunto della Bazzani viene supportato  dal libro autobiografico "Una vita bipolare" di Marya Hornbacher, uno dei romanzi più struggenti che mi sia mai capitato di incrociare, che mi ha portato più volte alle lacrime, come difficilmente mi accade. Marya Hornbacher ha una vita talmente complicata che è difficile immaginarselo, eppure ha trovato un marito che la ama sinceramente. Mi risulta che sia ancora sposata.
Anche John Nash, schizofrenico protagonista del film "A beautiful mind" (tratto da storia vera), vive una vita  serena e sentimentalmente appagata quando inizia a controllare il suo problema (lui lo fa addirittura senza medicine!).

Di fatto,  negli  ultimi anni mi è capitato di conoscere, a distanza di tempo, un paio di persone, un LUI e poi una LEI, che erano un po' "strani", un po' scollati con la realtà, che vivevano faticosamente nel loro mondo reputando gli atti altrui come trame ordite ai loro danni e che, pur non facendo del male a nessuno (se non gravare il prossimo col loro cattivo umore nella fase down), a tutt'oggi - sono quarantenni - non hanno mai avuto una relazione stabile. Attualmente ancora non so di preciso quale sia la diagnosi su questi due individui, se ce n'è una (propendo per la schizofrenia nel caso della LEI, ma io non sono una specialista e non posso che azzardare), ma di sicuro i due personaggi in questione rientrano nella categoria dei disturbati e, gira e rigira, sono soli. Sono soli e anche poco inseriti nel tessuto sociale, anche se entrambi lavorano. Alternano periodi di apparente normalità, o comunque, di relativa quiete, ad altri in cui affermano cose che non stanno né in cielo né in terra, lanciando accuse improponibili per la loro assurdità. Farebbero ridere se non fosse per la tristezza della situazione. La conseguenza è che gli amici mal li sopportano e i colleghi d'ufficio non ci vogliono aver niente sta spartire. Perché se è pur vero che l'amore non si nega a nessuno, e che essere amati è un diritto di tutti, è anche vero che una persona che nella vita quotidiana vede complotti ovunque e che quando ti racconta le sue ansie lo fa in modo talmente confusionario che non capisci neppure di chi stia parlando, è pesante da sopportare e ben difficile da gestire. La vorresti aiutare, come amico almeno, ma vedi che non ci riesci. Figuriamoci come innamorato. Purtroppo, anche volendo amare una persona del genere, non siamo tutti dei Patrick Sartori.
Non ho certezza che i miei due conoscenti fossero/siano in cura o meno, (la LEI non lo è, non si cura e non riconosce il suo problema, e temo sia questo il motivo per cui è ancora sola), e forse è anche questa la differenza con la Ellen del libro della Bazzani, che invece è sotto controllo. Ellen si cura e quando lo fa è stabile, quindi conduce una vita normale. E magari anche la patologia è diversa, quindi non è corretto fare di tutta l'erba un fascio. Però mi ritrovo nella dinamica della loro malattia: latente, per un po', e poi, per qualche motivo (cambiamento del clima, sospensione delle cure), esplosiva ad un certo punto.

Quindi io, che sono un po’ più vecchia della Bazzani, e decisamente più cinica, oppure semplicemente segnata da esperienze diverse, credo senza ombra di dubbio che con un malato “fisico” si possa avere un rapporto, mentre con un malato “mentale” no, SE la malattia mentale implica costante impossibilità di dialogo e di ragionamento, come capita con il mio LUI e la mia LEI e a tutti quelli che non riconoscono di avere un problema e non lo trattano.

Peggio ancora se, oltre all'impossibilità di dialogo, conduce in una spirale perversa un partner che per sopportare gli umori alterni del compagno instabile accetta persino la violenza, fisica e psicologica. Un borderline al pari del mio Giulio è questo, per lo meno in certi casi. (La mia tesi è a mia volta supportata da uno dei romanzi di Carofiglio, "Ad occhi chiusi". Il borderline che intendo io, come l'ho conosciuto io, è esattamente del tipo che lui descrive). Si può essere pietosi con un borderline-quasi psicopatico, si può provare umana comprensione, ma di qui all’amarlo tutta la vita ce ne passa e neppure è possibile.

La malattia di Ellen, la protagonista femminile di “L’amore non si nega a nessuno”, come dicevo, esplode all’improvviso e senza un perché, e quando lo fa è devastante. Ellen non è in sè, Ellen non è a contatto con la realtà, Ellen non è "se stessa", durante le sue crisi. Anche la malattia di Patrick rimane latente finché non comporta un guaio talmente grosso da destabilizzare tutto quanto. Invece Giulio non è mai diverso da se stesso. Il problema di Giulio è che la sua personalità deviata, può solo, al limite, degenerare, diventare incontenibile in certi momenti, in cui lui perde il controllo. Tuttavia,  siccome lui, per la sua sindrome, non soffre affatto di allucinazioni, ed ha sì un rapporto contorto con la realtà,  ma non del tutto inconsapevole (il dubbio è sempre: quanto il borderline è conscio delle sue azioni? o forse, quanto è conscio della gravità delle sue azioni?), qualcuno direbbe, nonostante le definizioni psichiatriche, che la sua non è nemmeno una malattia, ma semplicemente crudeltà allo stato puro, e la crudeltà non può mai essere amata.
 
 
Copyright Elena Genero Santoro Ottobre 2014

 

giovedì 25 settembre 2014

Scrittori Low Cost


Girando in rete ho notato un certo pregiudizio verso gli scrittori esordienti. C’è chi non li legge per principio, perché traumatizzato da esperienze precedenti. C’è chi pensa che tutti gli esordienti scrivano assolute porcate. Se poi si sono autopubblicati, peggio ancora. Sicuramente l’autopubblicazione  è diretta conseguenza del rifiuto di tutti gli editori dell’universo mondo, quindi un indubbio ripiego.

Non è proprio così, molti esordienti si autopubblicano per scelta, magari dopo aver appena rescisso in malo modo un contratto con un (piccolo) editore che non li ha soddisfatti al momento della promozione.

Comunque sia.

C’è una cosa in cui noi esordienti siamo effettivamente penalizzati. Continuo a usare la parola “esordienti”, ma è sbagliata, perché ormai, al quarto titolo pubblicato, l’esordio è già avvenuto, seppure non col botto. E chi come me ha già buttato giù una dozzina di manoscritti non si può più definire alla prima esperienza, in fatto di scrittura, anche se la più parte dei libri magari sta ancora beatamente a ronfare nel cassetto.

E non voglio nemmeno usare la parola “emergenti”, termine che allude a una falsa speranza, perché la più parte di noi non emergerà mai.

Meglio allora parlare di “scrittori low cost”, vi spiego perché.

Gli scrittori low cost sono quelli come me, che possono contare solo sulle loro forze, perché autopubblicati o pubblicati da piccole case editrici, che rifiutano a priori di effettuare editing pesanti per via dei costi elevati che ciò richiederebbe.

Gli scrittori low cost, se sono seri, scrivono solo cose che già conoscono. Non ambientano una storia in Cina se non sono mai stati in nessuno stato dell’Asia. E se non possono permettersi un viaggio, appunto, in Cina.

Gli scrittori low cost, se non conoscono alcuni dettagli di ciò che vorrebbero raccontare, fanno prima un giro su internet per capirci qualcosa dell’emofilia, poi chiedono alla cugina medico i dettagli di un’emorragia cerebrale in paziente emofiliaco, poi scrivono al carcere dell’Alabama per avere ragguagli sulle modalità di visita ai detenuti, poi scrivono all’ospedale di Dublino per avere alcune informazioni sull’accesso dei pazienti. E poi pregano che la cugina, il carcere dell’Alabama e l’ospedale di Dublino rispondano. Due su tre in media lo fanno.

Gli scrittori low cost hanno una madre insegnante che corregge loro tutti i refusi e le espressioni dialettali.

Ma soprattutto, gli scrittori low cost hanno, se sono fortunati, un altro lavoro che non è la scrittura e che, alla peggio, permette loro di campare, ma non certo di investire in ricerche costose oppure in editing seri.

Quindi, quando la piccola casa editrice di turno giudica il loro testo gradevole e pubblicabile, gli ingenui scrittori low cost se ne vanno pateticamente in giro per il mondo felici e contenti a reclamizzare il piccolo capolavoro che pensano di avere scritto, per poi farsi stroncare dalla critica e dalla massa dei lettori di Amazon.

In questo gli scrittori che hanno pubblicato con una grande CE (Casa Editrice) sono avvantaggiati, perché su un unico testo ci lavorano almeno due persone, autore e n+1 editors, e quando un lavoro viene fatto in squadra, ovviamente riesce meglio, più completo, più articolato, più strutturato. È appena normale. È uno dei primi principi appresi al corso di gestione del processo edilizio al Politecnico: dove c’è più controllo c’è più sicurezza. Non è un caso che gli aerei abbiano più motori e almeno due piloti.

Scrivo queste cose non per svalutare le piccole CE che non effettuano editing pesanti (non potendoselo permettere) e nemmeno per sminuire il merito degli autori delle grandi CE, che sono supportati da uno staff, ma solo per far capire a chi legge che anche dietro il libro di un autore non famoso c’è uno sforzo, anche se poi il risultato può essere meno riuscito.

Ma è poi meno riuscito? Questo è il dubbio amletico.

Bazzicando su Facebook ho trovato estremamente istruttivo il gruppo: “Sto leggendo questo libro…”, gruppo frequentato da più di 23 mila utenti che si divertono a condividere i titoli dei libri che leggono e a commentare e criticare le scelte altrui.

Bene, questo gruppo per me è stato istruttivo per due sostanziali motivi.

1.       Ogni libro, scritto anche da autori famosi, viene da qualcuno elogiato, da quanlcun altro massacrato ferocemente. Per quanti editors ci possano aver messo su le mani, ci sarà sempre qualcuno che troverà delle pecche nella trama, nella forma, nel contenuto, nello stile. Quindi, con tutti gli editors del mondo che cercheranno di porgere un’opera nel modo più appetitoso possibile al pubblico dei lettori, i gusti resteranno sempre gusti.

Io stessa ho ricevuto, per i miei libri, critiche ed elogi che si annullavano completamente a vicenda.

2.       La morale più amara di tutto ciò è che in un gruppo come “Sto leggendo questo libro…” appare evidente che l’amore per la lettura più che unire divide. C’è gente che si scanna a difendere la propria opinabilissima idea, in nome di non si sa che cosa. Faccio parte di un altro gruppo numeroso su Facebook: Celiaci & Alcoliaci. Sono tutti molto simpatici e ci si dà consigli a vicenda su come sopravvivere in un mondo pieno di glutine. Perché un problema come la celiachia unisce e annulla la competizione: celiaci contro il mondo! Invece i libri separano. Perché gli utenti del gruppo li massacrano proprio tutti, salvo i classici-classici che sono intoccabili, e che forse oggi sarebbero giudicati impubblicabili, ma nessuno osa dirlo per timore di sembrare ignorante. Perché c’è un pregiudizio contro gli esordienti, ma anche, al contrario, verso i classici.


p.s. L'immagine pubblicata è puramente esemplificativa delle discussioni tipiche su "Sto leggendo questo libro..." Non è mia intenzione esprimere alcun giudizio sul libro nella foto, che peraltro non ho letto.


Copyright Elena Genero Santoro Settembre 2014 - All rights reserved


martedì 16 settembre 2014

Celiaco? No, grazie


Per anni mi sono domandata perché il destino avesse voluto che io mi destreggiassi tra numerose intolleranze alimentari dalla mia post adolescenza. Se c’è un disegno cosmico e non tutto avviene per caso, ora lo so, anzi, lo so da un anno: per essere già pronta per affrontare la celiachia di mia figlia, che ora di anni ne ha 6.

Quando un anno fa, dopo un periodo in cui la bambina aveva mal di testa cronico, febbre un giorno su due e non si alzava più dal divano, è arrivata, del  tutto inaspettata, la diagnosi, mi sono sentita dire da tutti, ma proprio da tutti: Oh, beh, che vuoi che sia, oggi i celiaci hanno una vita normale, in giro si trovano un sacco di prodotti senza glutine, i problemi sono ben altri.

Dopo un anno di dieta ora mi viene da fare un primo bilancio: certo, nella vita ci sono altri problemi e altre malattie ben più invalidanti che non invidio né auguro a nessuno. Ma da qui a dire che la vita del celiaco sia proprio normale, beh, ce ne passa.

Intanto c’è stato l’impatto psicologico della bambina, che da un momento all’altro si è trovata a mangiare “diverso” senza capire il perché, dato che non associava in modo diretto il mal di testa e il ferro basso alla celiachia. Lei, per qualche ragione, non ha mai avuto sintomi immediati e violenti. Ma anche se fosse, non è semplice per un bambino in età prescolare mettere in correlazione cause ed effetti. E ancora oggi spera un giorno di tornare a mangiare come gli altri. Ancora oggi dopo un anno di dieta rigorosa a cui si è attenuta lei per prima scrupolosamente, mi domanda: Ma perché mangio senza glutine? Come hanno capito che dovevo mangiare tutto senza glutine?

E giù a rispiegarle, anzi, a ricordarle, -  perché ormai ha dimenticato il vecchio malessere, - che lei un anno fa non stava affatto bene, e per quel motivo le abbiamo fatto fare l’esame  del sangue e la biopsia e si è visto che il glutine era la causa della sua malattia.

Dopo l’inizio della dieta ci sono voluti due mesi di assestamento, anche perché con l’introduzione del nuovo regime alimentare mia figlia è diventata nervosissima. Un po’ per l’impatto fisico della disintossicazione, un po’ per la limitazione impostale. Neppure l’asilo, -  nella cui mensa mangiava isolata come una reietta per paura della contaminazione, - la aiutava a stare meglio e lei soffriva perché davano a lei i fusilli e agli altri gli spaghetti (tanto per dire).

E questo solo per raccontare l’impatto casalingo: diventiamo ogni giorno pazzi a separare i menù, più nessuno in famiglia mangia pane per paura di contaminare la tavola con le briciole e la parola “glutine” è come un’ossessione, un motivo di sottofondo da cui non ci si libera mai, anche se non la pronunciamo.

Poi c’è il mondo fuori, ed è ancora peggio. Credevo che fossimo ben più evoluti, nel 2014, che la celiachia fosse ormai un problema conosciuto e noto. Invece non è così.

In Italia, bisogna dirlo, non è tutto negativo. I gelati confezionati, per esempio, riportano chiaramente lo logo gluten-free quando il gelato è senza glutine e la mia bambina al mare non aveva difficoltà a scegliere tra i pur pochi gusti che aveva a disposizione. E nei supermercati la più parte dei prodotti contiene la dicitura Senza Glutine, oppure Può contenere tracce di…

E poi c’è l’AIC, una vera risorsa, che pubblica periodicamente l’elenco dei ristoranti con la doppia cucina e degli alimenti che si trovano nei supermercati e che sono acquistabili senza problemi. C’è anche l’app per il cellulare e io non potrei farne a meno.

Grazie all’AIC ho scoperto un paio di locali a Torino dove si mangia benissimo e glutenfree.

Aggiungo però che non tutti i locali con doppia cucina segnalati dall’AIC sono il paradiso. Quest’estate al mare abbiamo trovato un’unica pizzeria, e nel paese accanto, per giunta. Avevano sì la pizza senza glutine, ma solo quella. Il gelato no. E la bimba che voleva un dolcino, dopo aver atteso la pizza per un’ora, oltretutto (ci hanno servito alle 10 di sera, dalle 8,30, dunque pessimo servizio) ha dovuto rinunciare. Domanda ovvia: com’è possibile che un locale per celiaci non avesse un gelato senza glutine? Ancora me lo domando.

Per non parlare del bar, in zona ospedali a Torino, che l’AIC segnalava come “gluten free”. Ci ho portato mia figlia dopo un esame del sangue di controllo, appunto, delle antitransglutaminasi e company, con la vana e ingenua speranza che in quell’unico bar di Torino ci fossero delle brioches senza glutine. Invece l’unica cosa senza glutine era uno scaffale di merendine confezionate, come quelle che trovo al supermercato, ma vendute a prezzo triplo. Ad aprire un locale gluten free del genere sono capace pure io.

E questi sono i locali per cosiddire certificati. Poi c’è il resto del mondo.

Nel resto del mondo ci si deve arrangiare e contare sulla sensibilità dei gestori. E sulla loro informazione. Ci sono dei ristoratori che dicono convinti: Sì, noi puliamo, ma tanto poi cuoce tutto e con le alte temperature il glutine sparisce. Aiuto! Manco fosse il virus della toxoplasmosi.

Un esempio virtuoso è il macellaio da cui mi servo, che non è certificato, ma prepara i prodotti su ordinazione una volta alla settimana, dopo la pulizia generale, quando non c’è stata contaminazione. A Pasqua non ha voluto servirmi perché girava troppa farina per gli agnolotti e aveva paura di fare danni. Finora con lui non abbiamo mai avuto problemi.

Per sentito dire in un gruppo di Facebook (a me non è ancora capitato) ci sono celiaci che vengono presi a male parole dai ristoratori che non fanno mistero di quello che realmente pensano: i celiaci sono una rogna, una iattura, difficilmente gestibili e di loro non si sa che farne. Come a dire: per il fastidio che danno, non rendono abbastanza. Dunque, l’idilliaca vita del celiaco che in teoria al giorno d’oggi dovrebbe poter mangiare di tutto, viene messa a dura prova da certi casi esemplari che puzzano persino di razzismo. O semplicemente di tornaconto personale, in un mondo in cui tutto ha un prezzo, tutto è mercificato, a partire dal benessere.

Ma se qualche ristoratore evidentemente guadagna meglio con i non-celiaci (e perché non mettere un bel cartello sulla porta: “ingresso vietato ai celiaci”?), c’è chi invece guadagna proprio grazie ai celiaci. A parte il costo dei prodotti dolciari che è proibitivo e io mi domando: in Italia dove lo stato passa un sussidio, i cibi gluten free costano più o meno che all’estero? Perché nei negozi convenzionati si arriva a pagare 5 euro un pacco da 4 merendine microscopiche. Ed io che ho una figlia piccola non posso neanche pretendere che la bambina eviti di togliersi qualche sfizio. È una bambina, diamine. Una bambina circondata da altri bambini. Vuole le merendine come tutti. Non posso darle sempre pane e marmellata. Anche perché il pane senza glutine, in genere non è un granché. Con qualche eccezione.

E poi ci sono i negozi NON convenzionati, come le Biobotteghe varie, dove per far variare un po’ mia figlia ogni tanto acquistavo qualcosa, qualche biscotto diverso, qualche pasta al grano saraceno. E quando ho provato a chiedere: perché non vi convenzionate anche voi? Mi sono sentita rispondere: Ehhh, perché i rimborsi non arrivano mai… Ho ribadito: se prendete il giro e vi fate la clientela, i rimborsi saranno continui. Niente da fare.

Con mia somma soddisfazione, l’Ipercoop dove vado a comprare usualmente ha ampliato lo scaffale gluten free e ha iniziato a tenere gli stessi identici prodotti della Biobottega, convenzionati però. Marameo, Biobottega. Non mi vedrai mai più. E ben ti sta.

E all’estero? All’estero non so. In Italia, tutto si può dire, ma non che non ci sia un piano generale. Le convenzioni ci sono, i ristoranti certificati anche e nelle scuole il pasto senza glutine è obbligatorio per chi ne ha bisogno. (Nelle aziende no, non c’è nessun obbligo, e non so cosa accadrebbe se diventassi celiaca pure io. Non potrei fare altro che portarmi il barachin, perché pure l’insalata in mensa è contaminata dal cous cous e dal farro delle vasche limitrofe. E un sacco di gente scambia il cucchiaio).  Ma, dicevamo, all’estero? Immagino che sia una faticaccia. Chi vive all’estero, tra le persone di mia conoscenza, mi riferisce che non esiste alcun ristorante con doppia cucina per celiaci. Bisogna affidarsi alla sensibilità del singolo gestore. No ristoranti, no convenzioni. In Francia, so per certo, gli stessi gelati Algida che in Italia sono contrassegnati dal logo gluten free, là non riportano alcuna dicitura specifica. A Nizza abbiamo trovato una gelateria che a parole serviva prodotti senza glutine, compresi i coni senza glutine. Peccato che non cambiassero mai la paletta. Beati i francesi che non contano celiaci nella loro popolazione. Altre notizie non ne ho, perché le esperienze all’estero con mia figlia sono state limitate.

Eppure i celiaci ci sono, e tanti. In spiaggia quest’estate abbiamo contato 5  o 6 bimbi celiaci. E quando abbiamo fatto la festa a Ferragosto, abbiamo allestito un tavolo apposito di cibo senza glutine, complice la signora che gestiva lo stabilimento balneare, che si è attrezzata appositamente per noi. Ma nonostante ciò, nonostante io stessa presidiassi il tavolino-ghetto dei bimbi reietti, qualche adulto deficiente ha ugualmente piantato le sue manacce contaminate nei loro poveri e anemici pop-corn. Sono seguite le mie proteste vive e le mie rimostranze (okay, lo ammetto, ho mandato aff… qualcuno), ma tanto il danno era fatto.

Finché l’ultimo giorno di vacanza non ho deciso di festeggiare in spiaggia il compleanno di mia figlia con una festa 100% gluten free, per la gioia delle altre mamme di bimbi celiaci. Un successone. E per qualche strana ragione, si sono strafogati pure i non celiaci, senza risentirne.

Ma chiudiamo il nostro lamento del cigno con una buona notizia: a Natale la Bauli produrrà un pandoro gluten free. Figo, no? Voglio solo vedere quanto è grosso. Perché in realtà i panettoni glutenfree esistono già. Piccoli, monoporzione, ma ci sono. Sanno di segatura, si acquistano in farmacia e costano 5 euro.
 

 Copyright Elena G. Santoro Settembre 2014 All rights reserved.

 

 

   

sabato 13 settembre 2014

Recensione: Con la mia valigia gialla


Titolo: Con la mia valigia gialla
Autrice: Stefania Bergo
0111 Edizioni


Questa è la storia vera di una ragazza che, compressa in un’esistenza che le stava stretta, decide di partire per tre settimane di volontariato in Africa. Il romanzo è un po’ il suo diario di viaggio: il suo arrivo a Nairobi, poi all’ospedale St. Orsola di Matiri, infine il suo rientro e la successiva decisione di tornare, cosa che l’autrice ha poi fatto, in anni successivi. Questo libro merita davvero di essere letto e, devo dire, è stata veramente una piacevole scoperta. Stefania Bergo ha uno stile semplice, senza fronzoli. Stile che poteva risultare scarno e invece non lo è mai. Stefania Bergo ci porge l’Africa con grande immediatezza, e lo fa condividendo con noi il suo vissuto. Così noi vediamo attraverso i suoi occhi tutto ciò che lei ha visto e ripercorriamo ad una ad una le sue emozioni. Perché la peculiarità di questo romanzo è che riesce ad essere al contempo sia intimista che analitico: l’autrice sa trasmettere tutta la gioia che la sua esperienza le ha recato, ma mette anche in luce le contraddizioni di continente come l’Africa dove le risorse sono quantomeno mal distribuite, o anche solo di una città come Nairobi dove convivono persone ricchissime e famiglie poverissime. L’Africa è descritta come il paese dei contrasti dove vita e morte sono due facce di un’unica medaglia. Eppure il romanzo è positivo e comunica gioia. La speranza non viene persa neppure nel capitolo in cui si accenna con grande delicatezza alla morte di due bambini all’interno dell’ospedale. Questo romanzo non nasconde niente, non presenta l’immagine bucolica di un luogo da favola che non esiste. Tutto ciò che deve essere detto, viene detto, ma sempre con estrema lievità, sempre per sottolineare quali sono i veri valori della vita. Stefania Bergo descrive con grazia un’esperienza molto intensa. Romanzo consigliato a tutti.

Un errore di gioventù

Un errore di gioventù
Futura è incinta per la seconda volta e a Patrick sembra che il loro mondo sia perfetto, ma una notizia dal passato potrebbe scombinare tutto. Patrick infatti viene contattato da una sua ex, Arlene, che gli confessa di avere una figlia quasi adolescente, che potrebbe essere sua. Lui però non ha il coraggio di rivelarlo alla moglie.

L'occasione di una vita

L'occasione di una vita
Tre donne, tre occasioni per cambiare la propria vita. A Londra Futura rimane inaspettatamente incinta, ma Patrick inizialmente non è disposto ad accettare l'idea di diventare padre. Tra i due conviventi scende a lungo il gelo, finché il ragazzo, intenerito dall'ecografia del piccolo, decide di rivedere le proprie posizioni. Non fa in tempo però a manifestare le sue intenzioni che Futura perde il bambino e in conseguenza di ciò decide di allontanarsi, non essendosi sentita sufficientemente amata e capita durante la pur breve gestazione. A Torino Massimo e Ljuda, sposati e con due bambini, si dividono tra lavori part-time e la gestione della Casa di Accoglienza, struttura che si occupa di ospitare donne vittime di violenza che tentano di rimettere insiemi i cocci della loro vita. Ljuda però non è felice, le pesa la perenne carenza di soldi e decide, senza il benestare del marito, di partecipare al Reality più famoso d'Italia, dove è stata scritturata come concorrente, per dare una svolta alla sua esistenza.

Perché ne sono innamorata

Perché ne sono innamorata
Quanti modi ci sono per innamorarsi? E quanti per esprimere l’amore? Come inizia una storia duratura? La sognatrice Manuela, l’introversa e concreta Futura, la tenace Ljuda e la rassegnata Martina sono alle prese, rispettivamente, ma non sempre biunivocamente, con un promesso sposo altrui e inaffidabile, un ragazzo affascinante ma affetto da una patologia genetica, un seminarista e un fidanzato arrogante e violento. Impareranno, a loro spese, a discernere le relazioni sane da quelle malate.

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Sono nata a Torino nel 1975 dove ancora risiedo e lavoro. Ho pubblicato qualche romanzo e ogni tanto condivido sul blog i miei pensieri.