venerdì 2 maggio 2014

Titolo: Oltre i confini del mondo
Autrice: Ornella Nalon
Casa editrice: 0111 Edizioni



Sinossi: Assireni è una donna poco più che quarantenne appartenente al popolo dei Masai che vive in un piccolo villaggio sugli altopiani della Rift Valley, esteso territorio situato tra il lago Vittoria e il monte Kilimanjaro, in Tanzania. A qualche chilometro di distanza è stata costruita una struttura ospedaliera con lo specifico compito di dare assistenza sanitaria alle popolazioni dei paesi circostanti, sprovvisti anche delle infrastrutture di base e in cui imperversa la povertà più assoluta. Fa parte del personale sanitario Eleonora, medico chirurgo sessantenne di nazionalità italiana, alla quale Assireni racconterà la sua vita.
Al racconto delle esperienze della donna masai si intrecceranno i ricordi della dottoressa italiana che, in un crescendo di emozioni, metteranno a confronto due vissuti derivanti da origini e culture diametralmente opposte ma che, tuttavia, ne determineranno alcune similitudini riconducibili al loro iniziale smarrimento e al loro successivo riscatto.

Breve recensione di Elena G. Santoro:
Una bella storia, molto commovente e toccante, che narra di due donne apparentemente assai diverse, cresciute in mondi che non hanno nulla in comune (sono una donna africana cresciuta in una tribù e una dottoressa italiana che si è stabilita in Africa per dedicare la sua vita alla missione) ma le cui vicissitudini osservano invece un parallelismo inimmaginabile. Entrambe hanno lottato per affermare se stesse in quella che era la società in cui sono cresciute, entrambe ora fanno un bilancio della propria esistenza e raccolgono i frutti di ciò che hanno seminato. Hanno conosciuto il dolore, la perdita di persone care, e hanno fatto i conti con la loro condizione di donna. Un libro scorrevole, asciutto, che forse poteva essere più sviluppato in alcuni punti, ma che non risparmia qualche lacrima in certi passaggi struggenti.

© Copyright Elena G. Santoro maggio 2014

sabato 26 aprile 2014

Appello per Mahmud, bimbo siriano con malattia rara

Ciao a Te che leggi,
in questi giorni mi sono fatta prendere da una causa che mi sta molto a cuore e per cui vorrei fare qualcosa di concreto. C’è un bambino piccolo in Siria, si chiama Mahmud, che una mia amica ha adottato con il cuore, e che soffre di una malattia rarissima: è allergico al sole e ha delle dermatiti terribili. Vive con il cortisone e morfina, ma non ce la fa più. Abita in un campo profughi in condizioni climatiche disperate, difficili per chiunque, figuriamoci per lui. Per migliorare le sue condizioni di vita una soluzione ci sarebbe: l’acquisto di una tuta speciale, termica, per la quale è già stata raccolta la maggior parte della somma, ma non tutto. Per trovare altri fondi la mia amica  (Elisabetta Vittone) ed io abbiamo dato vita a un progetto: vogliamo autopubblicare su Amazon (o piattaforma simile) una serie di racconti il cui ricavato andrà INTERAMENTE a Mahmud. Io ne ho già scritto uno, ora però vorrei che ne arrivassero anche degli altri. Potrebbero essere fiabe per bambini come quello che ho scritto io (un volontario le illustrerà) oppure anche narrativa varia.

Il tema è: Insieme si può.
Lunghezza indicativa del racconto: 2-3 pagine.
Se pensi di avere qualche idea e un racconto che ci vuoi DONARE (perché di vero e proprio dono si tratta, ci sarà il tuo nome come autore ma niente di più, e non garantisco nulla su quello che sarà la diffusione, è un progetto sperimentale), puoi inviarmelo e ti dico grazie fin da ora.
Mi farebbe piacere riceverlo entro la fine di maggio 2014.
In alternativa, Elisabetta ed io stiamo anche cercando Fotografie o disegni sul tema “Insieme si può”.
Se conosci qualcuno che sia interessato e possa fornire il materiale giusto (scritto o fotografico), per favore giragli questo comunicato.


Per info e per invii scrivi a: insiemepermahmud@gmail.com
oppure a Elena Genero Santoro o Elisabetta Vittone su Facebook.
 
Qui c'è il link del gruppo su Facebook: Insieme per Mahmud

Grazie mille, ciao,
Elena Genero Santoro



mercoledì 23 aprile 2014

Another adventure in Brussels (November 2013): Black out in the hotel


I should be in Brussels, today, for another business trip, for another meeting. But I’m not. It’s holiday here, my company is close! YEAHHH!!! And I’m at home, handling my spring cleaning. I’m not sure it’s better. I miss Brussels, probably.

So, let me talk about a previous adventure in Brussels, last November, when I stayed for 3 days.

The first evening I requested the automatic alarm clock at the reception. Well, I’m fortunately early riser, so I woke up widely before 7 o’clock (the requested time). And I immediately noticed that something wasn’t working. I couldn’t switch on the light, no light at all. At the beginning I thought that I was my fault: the day before I had some problem with the electronic card that opened the door and allow me to switch on the light. But the problem was general and I verified this when at 7:20 an operator knocked on my door saying:

-          This is the alarm clock!

-          Oh, really?

-          There is a black out in the entire hotel.

And in fact the hallway was completely dark and not even emergency light was on.

I washed and got dressed using merely the emergency app present in my smartphone. The room was quite cold, because of the black out.

I opened the curtains but, you can imagine, the external light was not enough: I was in Brussels in the end of November. It’s dark, dark, dark.
 

Anyway, the major problem was reaching the reception. I was on the 4th or 5th floor and I had gone up by the elevator the evening before! I attempted to call the reception to ask them to help me, but the phone in my room was out of order (because of the black out).

I searched for an emergency stair, using just the light of my mobile phone, and finally I found it: it was completely dark! No emergency light on! Just the light of a skylight, but increasingly thinner as I went down. It was a nightmare! I thought: how is it possible? Am I not in a perfectly organized Nordic Country???

Anyway, I succeeded in my challenge and I reached the reception without tumbling down the stairs.

And when I opened the door, I saw this spectral sight:

 

 

The continental breakfast, included in my price, was not available, of course. So, I  went directly to the meeting.

And the day after? The day after no problem. The matter had been solved, meanwhile. Of course, I was in a well organized Nordic Country.

But after dinner my German colleagues invited me in an Irish pub. There was a football match and all they were following it on the screen present in the pub. England-Germany. I was forced to support Germany, that night. And Germany won, however. The center of Brussels was overcrowded, as you can see.

© Copyright Elena G. Santoro April 2014

lunedì 21 aprile 2014

Un errore di gioventù

Ed ecco a voi la mia fatica più recente, Un errore di gioventù, edito da 0111 Edizioni e disponibile sia come ebook che in versione cartacea.
Per farvi capire cosa questo libro significa per me, vi lascio le mie note a fine romanzo.
<<I fatti narrati e i personaggi descritti in questo libro sono frutto di fantasia. Ogni somiglianza con avvenimenti e persone reali è puramente casuale. I luoghi, ove citati e descritti, invece sono reali.
Luis Crawford invece non è mai esistito e il suo caso giudiziario non è ispirato ad alcun avvenimento specifico.

Tuttavia, dal 2002 al 2010 ho avuto la fortuna e l’onore di diventare amica di penna di Martin “Eddie” Grossman. Il nominativo di Eddie mi è stato fornito dalla persona di riferimento nella Comunità di Sant’Egidio, che da sempre lotta contro la pena di morte.


Eddie era un prigioniero nel braccio della morte in Florida e il 16 febbraio 2010 è stato ucciso. Non riesco a scrivere “giustiziato” perché dal mio punto di vista, una parola che ha lo stesso suono di “giustizia” con la pena capitale non c’entra proprio nulla. Questo libro è dedicato a lui. In ogni caso, la mia lunga corrispondenza con quest’uomo, iniziata con leggerezza undici anni fa, mi ha profondamente arricchito umanamente e mi ha radicato nella convinzione che i carcerati non sono dei “mostri” (per lo meno, non necessariamente) ma delle persone, spesso sole, in cerca di calore umano e di normalità e che l’applicazione della pena di morte, su cui si potrebbe discutere come concetto in sé, è effettuata con criteri quantomeno discutibili.

Attualmente sono in contatto con altri due condannati, che, sarà un caso, sono neri. Non voglio fare i loro nomi perché il loro iter giudiziario non è ancora concluso.

I miei tre corrispondenti (Eddie, più i due attuali) sono persone molto diverse tra di loro, ma tutte ugualmente gradevoli e motivate a vivere.

Tutto ciò che denuncio sulla questione (il razzismo, le condizioni di vita nel carcere, persino gli orari in cui vengono serviti i pasti e l’esecuzione di innocenti) è reale e documentabile.

La lettera che Mac riceve dal Governatore dell’Alabama è stata formulata sulla falsariga di quella che ricevetti io dal Governatore della Florida dopo aver scritto per chiedere la grazia per Eddie.

Il caso citato di Angel Diaz è reale.

Si ringrazia il Correctional Department di Atmore (Alabama) per le informazioni relative all’accesso al carcere da parte dei visitatori.>>
Qui di seguito tutti i link in cui ne parlo e i siti che si sono interessati a questa mia creazione (anzi, creatura).


sabato 22 febbraio 2014


 

 
 
 
 
I gemelli

di Elena G. Santoro


- Perché te ne stai lì imbambolato? Muoviti, dai! – mi urla Luca, e io penso che


stavolta abbiamo fatto un vero casino.

Siamo proprio nei guai fino al collo.

- Su, avanti, dobbiamo andarcene di qua. Scappiamo prima che ci becchino!

Scappiamo, certo. È quello che stiamo facendo. Abbiamo appena incendiato la

biblioteca della scuola, nel locale le fiamme si stanno sprigionando, forse è meglio

darsi una mossa. Luca mi prende per un braccio:

- Dai, Ste’. Se ci beccano siamo nella merda! – mi incita Luca.

Devo solo scavalcare il muro di cinta da cui siamo entrati. Questa bravata ce la siamo

preparata bene da quando Ale ha scoperto che si poteva entrare nel cortile da un

punto in cui la recinzione era stata lesionata, e dopo che Ruggero, detto Ruggito, è

riuscito a rubare le chiavi ad Augusto, il bidello disabile che sta in portineria. A quel

punto l’idea a Luca è venuta da sé. E naturalmente io mi sono fatto coinvolgere,

perché non ho mai saputo dire di no a Luca, da quando siamo nati. Luca è il mio

fratello gemello. Siamo identici, due gocce d’acqua. Stessi capelli biondi, stessi occhi

azzurri. Stessa età, sedici anni, anche se lui è nato quattro minuti prima di me. La

gente ci confonde sempre, anche le ragazze. Così non posso affermare con sicurezza

che la tipa con cui sono uscito l’anno scorso per un mese volesse proprio me, oppure

Luca, che obiettivamente è sempre stato più spigliato e più estroverso. Il dubbio mi è

venuto quella volta che ci stavamo baciando e lei mi ha sussurrato:

- Luca, cioè, volevo dire, Stefano…

Così ci siamo lasciati. Non posso certo dire che la mia vita sentimentale sia stata molto

ricca, finora. A parte quell’altra parentesi, quando sono uscito con Marina, la nostra

compagna di classe con i capelli rossicci e gli occhiali. Quella muore dietro a Luca

dalla prima, e ora siamo alla fine della seconda. Ma Luca la sfotte sempre. La prende

in giro perché è una secchiona. Così una volta le ha dato appuntamento e poi ha

mandato me al suo posto. Voleva sapere che effetto faceva, ma senza starci per

davvero. E poi voleva riderci sopra insieme agli altri: Ale e Ruggito, che pendono dalle

sue labbra ogni volta che fa una battuta. Solo che Marina se n’è accorta. Come mi ha

visto arrivare da lontano, mi ha detto:

- Stefano, perché sei venuto tu, anziché tuo fratello?

Allora ho dovuto spiegarle che lui non poteva. Non me la sono sentita di fingere. Non

si meritava una tale bastardata. E tanto, comunque, mi aveva scoperto. Forse lei è

l’unica che ci riconosce. Non so da cosa l’abbia capito che ero io e non lui. Mi ero

fatto persino la riga dei capelli dalla sua parte. Il look poi è lo stesso. Stessi abiti, stesso

stile. Luca, quando gli ho detto di come era andata con Marina, non era contento. Ma

non si è neppure arrabbiato. Sa che gli voglio bene, che gli sono molto legato. Siamo

in classe insieme dai tempi dell’asilo. La mamma non ci ha mai voluto separare, anche

se le hanno detto che “didatticamente non era corretto”. Per questo sono vicino a

Luca, e in genere lo seguo in tutte le sue imprese. Lui è sempre stato pieno di buone

idee, molto fantasiose.

Solo che questa volta abbiamo esagerato. Nonostante tutte le nostre precauzioni, ci

hanno sgamato subito. Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso tutte le nostre

gesta, dalla prima all’ultima. Così ora noi quattro gloriosi eroi ce ne stiamo tutti in

presidenza, al cospetto del dirigente scolastico e dei nostri genitori. Papà è scuro in

volto. Per evitare una denuncia, le alternative sono due: pagamento di tutti i danni, ore

di lavoro al servizio della scuola e sospensione per una settimana. Oppure pagamento

dei danni e ritiro immediato dal liceo.

Quando usciamo, i nostri compagni sono nei corridoi e ci osservano increduli. C’è

anche Marina che mi lancia uno sguardo deluso, e lo lancia a me, non a Luca, ed io

vorrei sprofondare.

A cena Luca piagnucola:

- Papà, ritiraci! Se dobbiamo metterci a lavorare perdiamo l’anno. Tanto i nostri

voti sono così bassi, in ogni caso non recupereremmo più.

Quando deve intortarsi papà, Luca è tutto fuorché sborone: è un gran ruffiano.

Nostro padre non è fiero di noi in questo momento, e sicuramente ci castigherà, ma

sa anche lui che una bocciatura è peggio che un ritiro, sul curriculum. E sa pure che i

nostri voti non sono affatto buoni. Alla fine del primo quadrimestre avevamo

entrambi quattro materie sotto. Quindi papà accontenterà Luca.

Se non che, io non sono d’accordo. Poso la forchetta e dico:

- Luca, ritirati pure tu, se vuoi. Io accetto la sospensione e le ore di lavoro extra.

Voglio mettermi sotto e studiare, voglio essere promosso.

Luca mi lancia un’occhiata feroce, un misto di disapprovazione completa e curiosità.

La mia uscita non era proprio prevista.

- Cazzo dici, Ste’?

Papà mi osserva con interesse:

- Sei davvero sicuro, Stefano?

Io penso che voglio bene a Luca. Lo ammiro molto, per certi versi. Ma io non avrei

mai incendiato la scuola, di mia iniziativa. E forse la mia vita sarebbe diversa se mi

assumessi le mie responsabilità, qualche volta. Se devo pagare, voglio che sia per le

cavolate che faccio di mia volontà, non per le sue.

- Sì, - confermo.

E adesso, dopo tre mesi bestiali, in cui ho studiato come un dannato per recuperare le

insufficienze e prestato servizio tre pomeriggi alla settimana come aiuto del bidello

disabile Augusto, sto aspettando che i cancelli del liceo aprano per vedere i voti

esposti.

Marina è qui e mi tiene la mano. È la mia ragazza adesso, e so che mi apprezza per

come sono. Luca, dopo il ritiro, è stato spedito a lavare auto dal benzinaio vicino a

casa, e ora medita di riscriversi in seconda a settembre.

- Comunque vada, sono fiera di te! – mi dice Marina, stampandomi un bacio

sulla guancia.

E io sono fiero di lei per tutte le sere che mi ha dedicato aiutandomi a studiare e a

recuperare un voto dopo l’altro.

Si spalancano i cancelli. Non ho il coraggio di guardare. Matematica era ancora incerta.

Apro gli occhi e ho un tuffo al cuore: Promosso!

© Copyright Elena G. Santoro febbraio 2014

Costosa bellezza


Ieri, a due giorni dalla chiusura, mi sono finalmente tolta lo sfizio e il gusto di visitare la mostra su Renoir alla GAM di Torino. Sarà che mi piace Renoir, sarà che lo ritengo una figura positiva nel panorama della pittura, uno di quelli che hanno passato l’esistenza a ritrarre facce sorridenti, fiori colorati e paesaggi rilassanti anziché urli angoscianti e volti verdi di rabbia, ma aver vagato per due ore tra quelle quattro stanze zeppe dei suoi quadri mi ha ritemprato lo spirito. Aggiungo che vedere finalmente dal vivo delle opere che conoscevo sottoforma di stampe appese alle pareti di casa dei miei è stato emozionante. Scoprire che queste erano grandi dieci volte tanto le riproduzioni casalinghe e che io non ne avevo idea è stato stupefacente.

Trascorrere del tempo circondata da un concentrato di bellezza è piacevole e fa stare bene. Ci vuole la bellezza, per tirarci su il morale in questi tempi di crisi. Però, come mi fa acutamente notare mia zia, sintomo di questa povertà dilagante è proprio la privazione della bellezza, è il dover fare a meno principalmente della soddisfazione estetica.

Prova ne sia che il costo di questa mostra è stato a dir poco proibitivo. 13,50 euro il prezzo base del biglietto intero, per chi come me non è più studente e non ha ancora 65 anni. Avendo scelto poi di acquistare il biglietto online, a questo già significativo prezzo si sono aggiunte ulteriori tasse, compresa quella per poter stampare il biglietto stesso da casa. Insomma, alla fine ho speso 17,50 euro per una mostra intensa, interessante, acculturante, ma, diciamolo, visitabile in poco più di un’ora. E anche quelli che avevano l’abbonamento ai musei, e che quindi in teoria dovevano entrare gratis, mi spiegava una signora in bagno, hanno comunque dovuto spendere 5 o 6 euro a testa per le tasse del biglietto online.

Evidentemente se hanno fissato questi prezzi se lo potevano permettere. Sapevano che gli interessati che non si sarebbero fatti comunque pregare erano molti. Infatti, di avere acquistato online non sono pentita, perché quelli che non lo avevano fatto sono ancora lì a fare la coda adesso, mentre io sono passata subito. Per lo meno, alle ore 14. Quando sono uscita la coda dei senza biglietto arrivava fino a corso Vittorio, per chi è pratico di Torino, e anche il gruppo di chi aveva comprato online era abbastanza accalcato. Dunque l’afflusso è stato alto, e da un canto, menomale. La gente, nonostante la miseria, nonostante la non democratica diffusione della cultura, tenta ugualmente di sfruttare le sempre meno numerose opportunità culturali che vengono promosse a Torino di questi tempi grami. Qualche anno fa, tra Palazzo Bricherasio e Palazzo Cavour, le mostre d’arte erano una dietro l’altra. E avere l’abbonamento ai musei era conveniente, perché con cinque o sei mostre uno se l’era abbondantemente ripagato. Ora invece non ho trovato più titoli che mi sfiziassero, dunque, addio anche all’abbonamento.

Alla GAM, ieri, prima di far entrare nuovi visitatori, contavano quelli che uscivano.  Dovrei dire che mi sento in colpa (anche se questo dettaglio del conteggio l’ho scoperto solo dopo) perché prima di andarmene dalla mostra ho contemplato certi dipinti per mezze ore, ho lasciato che le mie opere preferite mi impressionassero la retina a fondo. Ma d’altronde, dovevo pure ottimizzare la cifra spesa…

© Copyright Elena G. Santoro Febbraio 2014

giovedì 20 febbraio 2014

Non posso vivere senza Facebook


Di ritorno dalla mia millesima trasferta di lavoro sono rientrata con l’influenza. Febbriciattola, un quintale di nausea, lo stomaco sottosopra, non vi dico il volo di ritorno. Era un mercoledì ed ero talmente sfatta e demotivata che mi sono detta: non ho voglia di fare niente, voglio solo starmene nel letto, per i fatti miei, a leggere e dormire. Non voglio nemmeno aprire Facebook fino a domenica!

E in effetti, il giorno dopo, il giovedì, così è stato. Ma al venerdì, che già stavo meglio, mi sono detta: magari una sbirciatina, poi torno fuori dal mondo. Ho aperto e trovato la richiesta di amicizia di un transessuale brasiliano, con tanto di mail che esordiva con: “Ciao Caro”. Ho immediatamente richiuso e mi sono rintanata nuovamente nel mio guscio casalingo, fiera della mia decisione.

Però, quando ho sbirciato nuovamente, in uno dei gruppi di cui faccio parte è comparsa la notizia della morte di una signora che conoscevo. Premetto che questo gruppo di Facebook è la ricomposizione “virtuale” di una comunità assolutamente reale, di cui facevo parte anni fa e che Facebook ha aiutato a ricostituire.

E che dire della giornalista che mi contattava per un’intervista sul mio nuovo libro?

E quindi mi sono arresa, e mi sono connessa di nuovo, perché in realtà non c’è separazione tra vita reale e vita virtuale, quando le persone con cui sei collegato su Facebook sono le stesse che ami, o le stesse con cui lavori. In fondo il motto di Facebook era: “ti aiuta a restare in contatto con le persone della tua vita”. Beh, direi che ha mantenuto la promessa.
 
Il che non significa non stare attenti alle truffe... :-)

© Copyright Elena G. Santoro Febbraio 2014

Un errore di gioventù

Un errore di gioventù
Futura è incinta per la seconda volta e a Patrick sembra che il loro mondo sia perfetto, ma una notizia dal passato potrebbe scombinare tutto. Patrick infatti viene contattato da una sua ex, Arlene, che gli confessa di avere una figlia quasi adolescente, che potrebbe essere sua. Lui però non ha il coraggio di rivelarlo alla moglie.

L'occasione di una vita

L'occasione di una vita
Tre donne, tre occasioni per cambiare la propria vita. A Londra Futura rimane inaspettatamente incinta, ma Patrick inizialmente non è disposto ad accettare l'idea di diventare padre. Tra i due conviventi scende a lungo il gelo, finché il ragazzo, intenerito dall'ecografia del piccolo, decide di rivedere le proprie posizioni. Non fa in tempo però a manifestare le sue intenzioni che Futura perde il bambino e in conseguenza di ciò decide di allontanarsi, non essendosi sentita sufficientemente amata e capita durante la pur breve gestazione. A Torino Massimo e Ljuda, sposati e con due bambini, si dividono tra lavori part-time e la gestione della Casa di Accoglienza, struttura che si occupa di ospitare donne vittime di violenza che tentano di rimettere insiemi i cocci della loro vita. Ljuda però non è felice, le pesa la perenne carenza di soldi e decide, senza il benestare del marito, di partecipare al Reality più famoso d'Italia, dove è stata scritturata come concorrente, per dare una svolta alla sua esistenza.

Perché ne sono innamorata

Perché ne sono innamorata
Quanti modi ci sono per innamorarsi? E quanti per esprimere l’amore? Come inizia una storia duratura? La sognatrice Manuela, l’introversa e concreta Futura, la tenace Ljuda e la rassegnata Martina sono alle prese, rispettivamente, ma non sempre biunivocamente, con un promesso sposo altrui e inaffidabile, un ragazzo affascinante ma affetto da una patologia genetica, un seminarista e un fidanzato arrogante e violento. Impareranno, a loro spese, a discernere le relazioni sane da quelle malate.

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Sono nata a Torino nel 1975 dove ancora risiedo e lavoro. Ho pubblicato qualche romanzo e ogni tanto condivido sul blog i miei pensieri.